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Il Grande Inganno: Se la Pubblicità ti fa la Predica mentre ti Svuota le Tasche

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Il Grande Inganno: Se la Pubblicità ti fa la Predica mentre ti Svuota le Tasche

di Bull N Bear

C’è qualcosa di visceralmente irritante nel guardare uno spot oggi. Non è il prodotto, non è la musica. È quel tono da “maestrino” che trasuda da ogni fotogramma. Siamo passati dai tempi di Oliviero Toscani — che usava il bacio tra un prete e una suora per scuotere le coscienze e cinicamente, far parlare del marchio Benetton — a una sorta di didattismo parrocchiale 2.0. Oggi, la pubblicità non vuole più sedurti: vuole rieducarti.

La dittatura del “sentirsi giusti”

Il punto non è l’inclusività in sé. Chi può essere seriamente contrario a un mondo più aperto? Il problema è il metodo. Oggi i brand hanno deciso di salire in cattedra. Ti dicono come devi pensare, chi devi amare, come devi sentirti. E se per caso provi un leggero fastidio, l’algoritmo o il creativo di turno ti rispondono che “è solo una tua impressione”, o peggio, che sei tu il problema.

Questa è la prima grande ipocrisia: l’uso di valori nobili per creare una sorta di superiorità morale di plastica. Le agenzie creative, chiuse nelle loro bolle dorate, hanno perso il contatto con la realtà di chi combatte ogni giorno con la Partita IVA, di chi lavora nei servizi, di chi vive fuori dai radar del politicamente corretto. Ci trattano come sudditi da istruire, non come cittadini da rispettare.

Democrazia vs. Simulacro: Sputare nel piatto dove si mangia

Diciamocelo chiaramente, sporcandoci le mani: stiamo sputando nel piatto dove mangiamo. L’inclusività, il green e i diritti civili sono fiori che crescono solo nel giardino delle democrazie occidentali. Sistemi sgangherati, pieni di difetti e contraddizioni, ma gli unici posti al mondo dove un’azienda può permettersi di fare la morale ai propri clienti senza finire in un campo di rieducazione.

Eppure, assistiamo a un paradosso grottesco. Questi stessi valori vengono usati come un grimaldello per scardinare i principi di libertà, identità e merito su cui si fonda l’Occidente. Si promuove un’uguaglianza di facciata mentre si ignora la realtà brutale del mercato. Vediamo multinazionali che si dipingono di arcobaleno in Europa, ma che tacciono o si piegano come giunchi nei mercati dove i diritti umani sono calpestati quotidianamente. Questa non è etica: è codardia commerciale travestita da progresso.

L’Etica del Fare: Oltre le slide di PowerPoint

Mentre gli spot ci spiegano la morale, dietro le quinte la musica cambia. La mia etica sul lavoro dice che una società migliore si costruisce con la coerenza, non con i pixel. Aziende che predicano la “diversity” hanno spesso gerarchie di ferro e trattano i dipendenti come numeri su un foglio Excel, ignorando il benessere reale di chi permette loro di fatturare. È troppo facile fare i progressisti con i soldi del budget marketing; è molto più difficile esserlo con il bilancio aziendale.

Esiste però un’alternativa, ed è quella che fa tremare i poliziotti del pensiero: l’etica dei fatti. Prendiamo Brunello Cucinelli. Non ha bisogno di spot dove ci spiega come stare al mondo. Lo fa pagando stipendi dignitosi, rispettando i tempi della vita dei suoi lavoratori e investendo nel territorio. Quella è l’unica “inclusività” che non puzza di bruciato: quella che mette il pane in tavola e rispetta la dignità dell’essere umano come lavoratore, non come categoria sociologica da inserire in un grafico per compiacere gli investitori.

Il Re è nudo

La massa critica di cui faccio parte — e che vedo ogni giorno nei commenti del mio canale — è stanca di essere presa in giro. Siamo stanchi di vedere brand che si ergono a paladini della giustizia sociale mentre evadono le tasse o sfruttano filiere produttive opache.

Se fossi un direttore creativo, direi ai brand: “Smettetela di fare i filosofi e tornate a fare i produttori”. Siate umili. Se volete costruire una società migliore, iniziate trattando bene i vostri dipendenti e facendo prodotti che durano, invece di inquinare il dibattito pubblico con una morale di convenienza. I giovani non sono stupidi: riconoscono un falso lontano un chilometro. Il futuro non appartiene a chi urla più forte quanto è “buono”, ma a chi ha il coraggio di essere vero in un mondo di simulacri.

Le democrazie occidentali ci hanno dato la libertà di dissentire. Usiamola, prima che la pubblicità ci convinca che avere un pensiero critico sia un peccato sociale.

 

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